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A maggio dell’anno scorso sulla sua bacheca Facebook apparvero le foto di alcuni colleghi, militari impegnati nel presidio a Expo nelle tende sommerse dal fango e dall’acqua. Quelle foto finirono sui giornali e fecero il giro della penisola, suscitando un coro di proteste e interrogazioni parlamentari.

Ma su quella “fuga di notizie” lo Stato maggiore dell’Esercito ha aperto un’inchiesta che ha passato in rassegna i profili dei militari sui social network. Finchè sono arrivati a lui, un caporal maggiore capo scelto di stanza alla caserma di Cividale nell’8° Reggimento alpini nei confronti del quale è stato aperto un procedimento disciplinare. E così, a quasi un anno da quei fatti, ieri la commissione disciplinare si è riunita e ha comminato al caporal maggiore capo scelto sette giorni di consegna di rigore, cui seguirà una decurtazione dallo stipendio.

La vicenda risale al maggio scorso quando circa 700 militari, fra loro 250 alpini di stanza a Cividale, a Venzone e i cavalieri di Villa Opicina che erano impegnati per garantire la sicurezza ad Expo 2015, furono collocati in una tendopoli a Bellinzago Novarese in condizioni tutt’altro che facili.

In occasione di un fortunale la tendopoli fu spazzata dal vento e dalla pioggia e i militari finirono sott’acqua, così come i loro effetti personali.

Di quella situazione il Messaggero Veneto diede conto riportando la denuncia dell’avvocato Leonardo Bitti che fece partire un’azione legale nei confronti dell’Esercito con l’obiettivo di ottenere un risarcimento per i danni subiti.

Non solo non vi sono stati risarcimenti, ma alcuni militari sono finiti nei guai per questa vicenda. Fra loro il soldato cividalese.

Stando alle conclusioni dell’inchiesta sommaria esperita dal generale Marcello Bellacicco su disposizione del Capo di Stato maggiore dell’Esercito, le immagini delle tende allagate – che raccolsero numerosi commenti negativi sulla pagina Facebook – danneggiarono l’immagine delle Forze Armate. Secondo la relazione, il militare ha messo in atto «una condotta avventata e superficiale e si è posto in contrasto con i principi etici che costituiscono i fondamenti dell’integrità militare, quali disciplina, integrità morale e spirito di corpo».

Amaro il commento dell’avvocato Bitti: «Prendo atto del provvedimento adottato e del fatto che nessuna sanzione è stata comminata nei confronti di chi era responsabile di quell’accampamento finito sott’acqua, si è invece punito un soldato che si ritiene abbia pubblicato foto in un gruppo chiuso su un social.

Nessuno prova che lo abbia fatto effettivamente, o che quel profilo non fosse falso, fra l’altro in quel periodo il militare in questione era in convalescenza quindi non partecipava al presidio. È una persona che ha sempre operato in conformità ai doveri costituzionalmente previsti nella sua carriera militare, eppure la sua privacy è stata violata nonostante quanto ha affermato il sottosegretario alla difesa Domenico Rossi in merito a una vicenda simile finita in ambito parlamentare».

L’avvocato eccepisce anche che il procedimento disciplinare deve essere adottato nell’immediatezza dei fatti e non a distanza di un anno, lamenta inoltre la compressione del diritto alla difesa in merito alla tempistica.

«Porteremo avanti tutte le battaglie nelle sedi preposte – promette –, faremo ricorso gerarchico e, se non basta, ricorreremo al Tar». Tanto basta per capire che la vicenda dei militari all’Expo avrà altri strascichi.

Messaggero Veneto

 

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